L’AIDS ed il problema della immunosorveglianza*

Dott. Lewis Thomas

 

Non molto tempo fa, mi fidavo totalmente del fatto che le grandi malattie infettive dell’umanità stavano diventando sotto controllo e presto – forse nel corso della mia vita - sarebbero svanite come minacce contro salute umana. La chemioterapia con antibiotici e l’immunologia sono state talmente rinforzate negli ultimi 30 anni che sembra che ci siano soltanto poche specie microbiche oltre la nostra portata. Stanno emergendo rapidamente terapie specifiche per le infezioni virali provenienti dalla scienza farmaceutica attuale. Si stanno identificando i punti vulnerabili dei lieviti patogeni, i funghi, ed i parassiti tropicali, e nuovi farmaci così come nuovi vaccini ed anticorpi altamente purificati vengono aggiunti all’arsenale della medicina. Appena pochi anni fa scrissi un saggio, in un eccesso di tracotanza, dove predissi che avevamo pressoché finito col problema dell’infezione, lasciando solo pochi argomenti non risolti da essere collegati tra di loro. Inoltre, presi la posizione secondo la quale i nostri avversari microbi fanno parte di un’elenco circoscritto e breve; una volta che abbiamo finito con quelli ancora in libertà, non vedo nessuna ragione per immaginare l’esistenza di altri ancora sconosciuti, che si nascondono tra le quinte per raggiungerci.

Mi ritratto. Non siamo ancora arrivati al punto di finire con le malattie infettive, nemmeno lo faremo nel breve termine, forse nemmeno nel lungo termine. La malattia del Legionario e l’artrite di Lyme sono soltanto lievi accenni di cosa potrebbe accadere, inaspettatamente, in qualsiasi momento: piccoli scoppi di nuovi disturbi che compaiono in piccoli gruppi di pazienti, portando con sé la minaccia di espandersi per coinvolgere un giorno grandi popolazioni. I cosiddetti virus “lenti”, la scrapie ad esempio, capace di produrre almeno una forma di demenza umana, sono dei misteri biologici ancora irrisolti, che non sono sotto controllo e meno ancora vicini alla comprensione. L’artrite reumatoide comincia a sembrare sempre di più un tipo d’infezione, ma nessuno sa di quale tipo si tratta, ed è ancora sulla corda. Il probabile ruolo dei virus nell’avvio del cancro umano resta irrisolto. Non siamo nemmeno sicuri della causa precisa della grande e letale pandemia d’influenza che dilagò nel mondo nel 1918, e non siamo neanche in grado di indicare l’agente che causò l’epidemia globale della malattia di von Economo (un’ infezione cerebrale che porta al morbo di Parkinson) durante lo stesso periodo, e non possiamo nemmeno fidarci che delle pandemie di malattie come queste non accadranno un'altra volta.

E adesso la “Sindrome di Immunodeficienza Acquisita”, AIDS, che comparve solo 3 o 4 anni fa, sta già causando qualcosa di simile al panico nei confronti della sanità pubblica a New York City, Los Angeles, San Francisco ed altri centri cosmopoliti e sembra che si stia diffondendo in altre parti del paese.

Le cifre sono ancora piccole, cioe’, all’incirca soltanto 1200 casi, tutti denunciati tra il 1980 e l’inizio del 1983, non molti per una popolazione che oltrepassa i 200 milioni. Comunque da quei 1200 pazienti, pressoché il 40% morì meno di un anno dopo l’inizio della malattia; la mortalità definitiva dei pazienti che sono adesso sotto osservazione potrebbe essere molto più alta del 40%. Inoltre, le manifestazioni della malattia sono da sé spaventose: infezioni gravissime da microrganismi invasori che vengono considerati generalmente innocui per le persone normali, virus che non sono mai stati ritenuti capaci…

 

*Discorso chiave presentato presso la Scuola di Medicina NYU ed il Convegno della Scuola Medica di Post-Laurea, “Sarcoma di Kaposi Epidemico ed Infezioni Opportunistiche negli Omosessuali”, il 18 marzo 1983

 

…disposti nella loro superficie mostrando la loro natura estranea. Macfarlane Burnet ampliò la nozione e chiamò “immunosorveglianza” l’ipotetico meccanismo protettivo.

All’epoca mi sembrò, e ancora mi sembra, che un siffatto meccanismo immunologico incorporato doveva esistere negli esseri umani per la difesa naturale contro il cancro.

Esistono le “famiglie cancerose”, dove l’incidenza di svariati neoplasmi sono una caratteristica ereditaria considerevolmente più alta che nella popolazione in generale. Inoltre, si sa da lungo tempo che ci sono degli individui propensi al cancro nei quali due o più tipi totalmente diversi di cancro si presenteranno nel corso della vita. Uno studio svolto presso l’Ospedale Memorial mostrò che i pazienti con qualsiasi tipo di cancro sono, nell’insieme, dal punto di vista statistico molto più esposti rispetto la gente normale a sviluppare un secondo o terzo tumore di un tipo differente dopo che la prima escrescenza è stata curata con un intervento. Ciò non deve essere confuso con i probabili effetti cancerogeni della chemioterapia: l’osservazione di molteplici cancri anticipa lungamente la chemioterapia. I bambini con svariati tipi di immunodeficienze congenite sono altamente vulnerabili alle neoplasie, per lo più alla leucemia ed ai linfomi.

L’incidenza globale del cancro nelle diverse società umane, che vivono in condizioni ambientali interamente differenti, suggerisce anche l’esistenza di qualche forma abbastanza stabile di resistenza naturale. In generale, in una società come la nostra circa il 25% degli esseri umani svilupperanno il cancro nel corso della propria vita. I numeri in qualche maniera sono stati ritoccati nei decenni recenti a causa dell’aumentata incidenza del cancro ai polmoni nei fumatori, ma comunque sembra che all’incirca il 75% di noi sia, in qualche maniera, protetto naturalmente contro il cancro.

Ciò che ci vuole, certamente, è una serie di esperimenti sugli esseri umani, progettati ed eseguiti per rispondere al tipo di domanda scontata: cosa accadrebbe se si eliminasse l’ipotetico meccanismo di difesa dell’immunità cellulare negli esseri umani? Provocherebbe cambiamenti nell’incidenza o nel corso clinico del cancro? Come spesso accade, sono stati eseguiti degli esperimenti di questo tipo non programmati .

Le malattie di indole maligna sono sopravvenute con straordinaria frequenza nei pazienti che ricevono trapianti dei reni e cuore negli anni recenti, e l’unica spiegazione plausibile di questo fatto è l’uso di routine e obbligatorio di farmaci immunosoppressori. All’inizio, nei casi dei trapianti dei reni, essi sembravano essere il risultato dell’uso di trapianti provenienti da donatori che avevano essi stessi il cancro. Si pensava che poche cellule cancerogene isolate fossero arrivate col trapianto. Più tardi, comunque, si rese palese che un numero sostanziale di nuovi cancri stavano presentandosi nel corso della terapia intensiva non solo nei pazienti trapiantati ai quali venivano somministrati farmaci immunosoppresori, ma anche nei pazienti trattati con gli stessi farmaci per altre ragioni. I cancri sono stati di tutti i tipi: sarcomi, compreso il sarcoma di Kaposi, linfomi e carcinomi. Alcuni comparirono nella zona o nelle vicinanze del trapianto, altri in punti distanti. La caratteristica più notevole del fenomeno, a parte i cancri in sé stessi, è che alcuni di questi tumori spontanei fossero regrediti quando sono stati interrotti i farmaci immunosoppressivi.  In alcuni casi, venne riferito che le escrescenze maligne grandi quanto un uovo o più grandi ancora, in alcuni casi con precedenti metastasi dei linfonodi, alcuni di essi col sarcoma di Kaposi, svanirono dopo aver cessato i farmaci.

I pazienti trapiantati che svilupparono neoplasmi sono stati trattati di routine con farmaci immunosoppressivi, di solito un’associazione di azathioprina e prednisona. Tre anni fa Krikorian riassunse i risultati dell’esperienza di Stanford nei confronti dei trapianti di cuore. Dai 143 pazienti trapiantati che sopravvissero durante 3 o più mesi, 10 svilupparono il cancro: sei linfomi, tre carcinomi, e una leucemia acuta. Tutti quei pazienti avevano aldisotto dei 40 anni, ciò che indica che l’incidenza del cancro de novo era straordinariamente alta. Per i destinatari del trapianto renale, si stimò che il cancro si sviluppa con una frequenza più di 100 volte maggiore della percentuale prevista a causa dell’età [dei pazienti]. In un…

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