PERCHE’ ABBANDONO L’HIV

Dott.ssa Rebecca V. Culshaw

 

La Dott.ssa Rebecca V. Culshaw, Ph.D., è una matematica biologa che ha lavorato con modelli matematici dell’”infezione da HIV” durante gli ultimi dieci anni. Nel 2002 ottenne il suo dottorato in matematica con specializzazione in matematica biologica presso la Dalhousie University nel Canada. Attualmente è Professoressa Assistente di Matematica presso l’Università del Texas.

 

Sto scrivendo questo articolo alla fine dell’inverno del 2006, quando sono passati più di vent’anni dall’inizio dell’era dell’AIDS. Come per molte altre persone, una grande parte della mia vita è stata irreversibilmente segnata dall’AIDS. Tutta la mia adolescenza e la mia vita da adulta, così come le vite di molti dei miei simili, sono state oscurate dalla credenza in una patologia mortale sessualmente trasmissibile, dal peso che l’accompagna di paura vissuta nella intimità, e dalla perdita di fiducia che genera quella credenza.

Inoltre, la mia carriera si è sviluppata intorno ai modelli matematici dell’AIDS basati sull’HIV. Feci il dottorato nel 2002 grazie al mio lavoro di costruzione di modelli matematici dell’infezione da HIV, un area di studio che iniziai nel 1996. Dieci anni più tardi, potrebbe sembrare presto per me guardare indietro e riconsiderare seriamente l’area che scelsi, ma adesso lo sto facendo.

Il mio lavoro come matematica biologa è stato costruito in grande parte sul paradigma che l’HIV causi l’AIDS, e ciò mi ha portato a rendermi conto che esiste una buona evidenza che tutta la base di quella teoria sia sbagliata. L’AIDS, a quanto pare, non è tanto una malattia quanto una costruzione socio-politica che pochi capiscono e che quasi nessuno mette in dubbio. In particolare, il tema di quale sia la causa dell’AIDS è rimasto talmente fuori da qualsiasi dubbio che persino il fatto di metterlo in dubbio o sollevarlo è considerato irresponsabile.

Perché questa società ha accettato tanto velocemente una teoria per la quale esiste pochissima evidenza consolidata? Perché crediamo ad occhi chiusi nelle proclamazioni di istituzioni governative come gli NIH (Istituti Nazionali della Sanità) e dei CDC (Centri di Controllo delle Malattie) espresse nei telegiornali dei mezzi di comunicazione e dagli invitati a interviste o incontri? Il cittadino medio non ha nemmeno idea della fragilità della connessione fra l’HIV e l’AIDS, e questo è il motivo per il quale frasi senza alcuna base scientifica come “il virus dell’AIDS” o “i test dell’AIDS” sono giunti a far parte del linguaggio comune malgrado non ci sia alcuna evidenza della loro precisione.

Quando nel 1984 si annunciò che la causa dell’AIDS era un retrovirus che finì nell’ essere conosciuto come HIV, ci fu un panico evidente nella popolazione. La mia famiglia stessa sentì subito questo panico perché mia madre aveva ricevuto tre trasfusioni di sangue all’inizio degli anni ottanta come conseguenza di tre aborti. All’inizio avevamo paura delle punture degli insetti, dei baci e dei cessi dei bagni pubblici. Ancora oggi riesco a rivivere la paura che sentii nel leggere nei bagni pubblici iscrizioni come “Hai già l’AIDS? Se non ce l’hai, siediti su questo cesso”.

A quei tempi, avevo solamente dieci anni, e col passare del tempo i venti si tranquillizzarono man mano che diventava più chiaro che non era così facile “acchiappare” l’AIDS come credevamo all’inizio. La paura di andare in gabinetto o dal dentista si trasformò in una diffidenza più realista del evitare di fare sesso con nessuno che non avessi conosciuto molto ma molto alla perfezione. Essendo un’adolescente che non era promiscua in assoluto, non avevo molto di che preoccuparmi.

Ma tutto cambiò, o almeno così pensai, quando avevo 21 anni. Dovuto a delle circostanze della mia vita personale ed a un pizzico di paranoia (che, per come si svilupparono le cose, alla fine vidi falsa e senza nessuna fondatezza), giunsi a credere che in qualche maniera avevo preso l’AIDS, e mi sottomisi ai test dell’HIV. Passai due settimane aspettando i risultati convinta che potevo morire presto e che ciò sarebbe stato “tutto colpa mia”. Tale era il sentimento, malgrado il fatto che ero in perfetto stato di salute, non consumavo delle droghe e non c’era alcun fattore di rischio da promiscuità. Alla fine, l’esame risultò negativo e, con il sentimento di essere stata perdonata, decisi di non correre più rischi e di evitare di preoccuparmi troppo.

Durante gli ultimi dieci anni, il mio atteggiamento nei confronti dell’HIV e dell’AIDS ha avuto un cambiamento spettacolare. Il catalizzatore del cambiamento è stato il lavoro che portai avanti per la mia laurea, analizzando modelli matematici dell’HIV e del sistema immunitario. Essendo una matematica, praticamente tutti i modelli che studiai mi sembrarono irreali. Le supposizioni biologiche sulle quali si basavano i modelli differivano da un autore all’altro, e quello per me non aveva alcun senso. A quel tempo cominciai anche a restare perplessa nell’ascoltare le storie dei sopravvissuti a lungo termine. Dal mio ammesso inesperto punto di vista, la cosa più importante che tutti loro avevano in comune, oltre all’HIV, era il fatto che tutti avevano stili di vita estremamente salutari. Qualcosa dentro di me cominciò a sospettare che il fatto di essere sieropositivo non significava necessariamente che si aveva contratto l’AIDS.

Dovuto a un abbastanza curioso tiro del destino, mentre andavo a tenere una conferenza per presentare gli ultimi risultati di un modello di HIV che io avevo proposto insieme al mio assessore, mi sono imbattuta in un articolo del Dott.re David Rasnick sull’AIDS e la corruzione della scienza moderna. Dal momento in cui mi sedetti sull’aereo a leggere questo testo, nel quale veniva affermato “più esamino l’AIDS, meno senso ha il fatto che questo virus in grande parte inattivo e difficilmente scopribile sia in grado di causare una tale devastazione”, tutto ciò che è stato scritto dal Dott.re Rasnick cominciò ad avere un senso per me in una maniera in cui non era mai riuscito il modello comunemente accettato. Malgrado non avesse accesso a tutta l’informazione, il mio istinto mi dissi che ciò che era stato scritto da Rasnick tornava.

Tuttavia, durante gli ultimi dieci anni continuai la mia ricerca sui modelli matematici dell’infezione dell’HIV, mantenendo durante tutto quel tempo la mia attenzione aperta verso le voci dissidenti. Finora, ho letto centinaia di articoli sull’HIV e l’AIDS, sufficienti dal punto di vista dissidente ma di più, molti di più, dal punto di vista ufficiale, il quale inequivocabilmente promuove l’idea che l’HIV causi l’AIDS e che, quindi, il caso sia chiuso. A quei tempi, pubblicai persino quattro articoli sull’HIV (da una prospettiva dei modelli). Giustificavo il mio contributo ad una teoria della quale non ero convinta, dicendo a me stessa che erano degli articoli puramente teorici, costruzioni matematiche che non avrebbero avuto applicazione nel mondo reale. Suppongo che, in qualche maniera, volevo mantenere aperta la mia mente.

Allora, perché ho aspettato fino a questo momento per decidere che non ne posso più, e che non posso continuare in nessun modo ad appoggiare il paradigma sul quale si è sviluppata tutta la mia carriera?

Dalla mia prospettiva matematica, una delle prime cose che imparai è stata l’importanza delle definizioni chiare. Se prendiamo in considerazione la definizione, l’AIDS è lungi dal essere chiaro, e difatti nemmeno ha consistenza come entità. La classificazione AIDS è stata introdotta all’inizio degli anni ottanta non come una malattia ma come uno strumento di vigilanza per aiutare i medici e i funzionari della sanità pubblica, a capire e controllare una strana e “nuova” sindrome che colpiva nella maggior parte uomini giovani omosessuali. Nelle due lunghe decadi della sua esistenza, ha avuto un’evoluzione verso un qualcosa abbastanza differente. Oggi l’AIDS ha poco o nessuna somiglianza con la sindrome che gli dette il nome. In primo luogo, la definizione è stata cambiata diverse volte dai Centri di Controllo delle Malattie, ampliandola in continuazione per includere ogni volta più malattie (tutte quelle esistenti decadi prima dell’AIDS), e qualche volta incorpora condizioni che non sono in assoluto delle malattie. Così, più della metà delle diagnosi di AIDS eseguite durante gli ultimi anni negli Stati Uniti, furono fatte in base al conteggio delle cellule T e ad una prova di anticorpi positiva “confermata”; in altre parole, è stata diagnosticata molte volte una malattia mortale su una base che non è in assoluto quella di una malattia clinica. E la causa principale di morte tra i positivi all’HIV durante gli ultimi anni è stata la disfunzione epatica, che non è in nessun modo una malattia inclusa nella definizione di AIDS, ma invece un conosciuto effetto collaterale degli inibitori della proteasi, che persone senza sintomi prendono in dosi giornaliere massicce per anni.

Anche l’epidemiologia dell’HIV e dell’AIDS è tanto sconcertante quanto confusa. Malgrado il fatto che i casi di AIDS aumentarono rapidamente dall’ osservazione iniziale all’inizio degli anni ottanta, e giunsero ad un massimo nel 1993 prima di crollare velocemente, il numero di sieropositivi negli Stati Uniti è rimasto costante di un milione dall’apparizione1 del test generalizzato di anticorpi verso l’HIV. Ciò non può essere dovuto alla terapia contro l’HIV, visto che il tasso di mortalità annuo degli americani sieropositivi trattati con medicamenti antiretrovirali è tra il 6,7 % ed il 8,8 % maggiore di quanto sarebbe il tasso di mortalità globale dei positivi all’HIV, cioè, del 12%, se tutti i casi di AIDS fossero fatali in un dato anno.

Ancora più strano è il fatto che l’HIV sia stato presente con un tasso praticamente costante in tutto il territorio americano in tutta la popolazione sottomessa all’esame, compresi i donatori di sangue abituali ed i militari reclutati, da quando iniziarono i test nel 1985. E’ profondamente strano il fatto che un virus che si pensa sia stato portato agli epicentri di Nuova York, San Francisco e Los Angeles all’inizio degli anni 70, fosse riuscito a diffondersi così velocemente nei primi tempi per poi fermare completamente la sua espansione proprio quando i test cominciarono a venir applicati.

1 Citazione: Nel 1985

Ritornando un attimo ai modelli matematici, un aspetto che mi ha sempre sconcertato è stata la mancanza di un accordo su come rappresentare con precisione il meccanismo biologico reale di generazione dell’immunodeficienza. Viene detto che l’AIDS è causato da una spettacolare riduzione del numero delle cellule T del sistema immunitario, riduzione che si suppone sia causata dall’HIV. Allora, perché nessuno si mette d’accordo su come rappresentare in un modello matematico la dinamica fondamentale del processo della malattia, che sarebbe: come fanno le cellule T ad essere realmente uccise dall’HIV? Nei primi modelli si supponeva che l’HIV uccidesse direttamente le cellule per via di ciò che si conosce come lisi. Una cellula infettata si lisa o muore o si distrugge quando la carica virale interna è talmente elevata che non può più essere contenuta, come accade quando si rompe un sacchetto del supermercato se lo si riempie troppo. Difatti, questo è il meccanismo di patogenesi accettato per tutti gli altri virus. Ma si giunse alla conclusione che l’HIV non uccide le cellule T in quella maniera, e quindi quel concetto fu abbandonato e fu sostituito da altri svariati concetti, ciascuno dei quali finiva in modelli diversi e quindi, in predizioni differenti. Non è mai rimasto chiaro quale sia il modello matematico ‘giusto”.

Col passare del tempo è diventato chiaro che la ragione per la quale non c’è stato un consenso matematico su come l’HIV uccida le cellule T, era il fatto che neanche c’era alcun accordo biologico sull’HIV. E ancora non ce n’è. L’HIV è probabilmente il microbo più studiato della storia, e senza alcun dubbio è il miglior finanziato, malgrado non ci sia alcun accordo riguardo i meccanismi della sua patogenesi. Peggio ancora, non c’è alcun elemento che appoggi l’ipotesi che l’HIV uccida le cellule T, qualsiasi fosse il modo di farlo. Non lo fa nelle provette. Non fa altro che rimanere lì, tale come lo fa nelle persone, semmai ci si riesce a trovarlo. Nell’articolo originario di Robert Gallo del 1984 nel quale proclama che “dimostra” che l’HIV causa l’AIDS, difatti l’HIV è stato riscontrato solamente in 26 dei 72 pazienti con l’AIDS. Oggi, infatti l’HIV resta un obiettivo sfuggente in quelli che hanno l’AIDS o che sono semplicemente positivi all’HIV.

Questo fatto viene fortemente illustrato dall’uso continuato delle prove di anticorpi per diagnosticare infezione da HIV. I test di anticorpi vengono ampliamente usati per dimostrare la presenza di qualche microbo, ma per tutti i casi a eccezione dell’HIV, la ragione principale per la quale vengono usati al posto dei test diretti (cioè, quelli che cercano direttamente i batteri o i virus reali) è il fatto che i test di anticorpi sono più semplici ed economici che i test diretti. E la cosa più importante è che questi test di anticorpi sono stati rigorosamente accertati col gold standard (o tallone aureo) dell’isolamento effettivo dei microbi corrispondenti2.

Ciò è in contrasto evidente nel caso dell’HIV, per il quale si usano test di anticorpi perché non esiste alcun test per scoprire il medesimo virus. Per quanto riguarda la cosiddetta “carica virale”, la maggioranza delle persone non sa che gli esami di carica virale non sono mai stati approvati né consigliati dall’ FDA (Food and Drugs Administration) per diagnosticare l’infezione da HIV. Quello è il motivo per cui un “test dell’AIDS” è sempre un test di anticorpi. La carica virale, tuttavia, viene adoperata per valutare lo stato di salute dei positivi all’HIV. Ma ci sono molte buone ragioni per considerare che non serve in assoluto per accertare questo. Per misurare la carica virale si adopera sia la PCR, sia una tecnica chiamata Amplificazione della ramificazione incatenata del DNA (bDNA).

2 Citazione: Il ‘gold standard’ per un test di anticorpi riguardo un microbo determinato richiede che in un numero importante di persone che risultino positive al test fosse stato isolato all’interno il suddetto microbo, e che in un numero ugualmente importante di persone che risulti negativo al test non si sia riusciti ad isolare all’interno il suddetto microbo, malgrado fossero state applicate esattamente le stesse tecniche. Solo allora il test è stato accertato e affidabile nella sua applicazione: se il test dà un risultato positivo, la persona è effettivamente infettata dal microbo per il quale il test viene utilizzato; se il test risulta negativo, la persona in effetti non è infettata dal suddetto microbo. I “test dell’HIV” non sono stati mai accertati, e quindi la loro applicazione non è affidabile.

La PCR è la stessa tecnica che viene adoperata per trovare “impronte del DNA” nei luoghi del delitto dove si possono trovare soltanto tracce di materiali organici. La PCR produce sostanzialmente DNA o RNA in blocco con l’obiettivo di riuscire a vederlo. Se qualcosa deve essere prodotto in massa per riuscire a vederlo, ed il risultato dell’amplificazione viene utilizzato per valutare quale quantità di agente patogeno è presente, ciò può portare qualsiasi persona a chiedersi quanto rilevante fosse l’agente patogeno prima dell’amplificazione. Specificamente, come fa un qualcosa talmente difficile da trovare, persino con la tecnologia più sensibile e sofisticata, a decimare completamente il sistema immunitario?

Anche se il bDNA non moltiplica niente direttamente, ciò che cerca sono soltanto dei frammenti di DNA considerati come se fossero componenti del genoma dell’HIV, ma questo non è stato dimostrato. Inoltre, non esiste alcuna evidenza a sostegno dell’ipotesi che quei frammenti non ci siano in altre sequenze genetiche non relazionate con l’ HIV, o in altri virus. A questo punto è importante sottolineare che la carica virale, come accade ai test di anticorpi, non è stata mai accertata nei confronti del gold standard per l’isolamento dell’HIV. Il bDNA adopera la PCR come gold standard; la PCR adopera i test di anticorpi come gold standard, ed i test di anticorpi si adoperano gli uni gli altri. Nessuno di loro adopera il medesimo HIV.

Ci sono buone ragioni per credere che i test di anticorpi sono anche difettosi. I due tipi di test adoperati di routine sono l’ELISA ed il Western Blot (WB). Il protocollo del test normalmente adoperato è quello di “accertare” un positivo all’ELISA con un “più specifico” WB (ma questo test è stato escluso dall’uso diagnostico nel Regno Unito3 per essere stato ritenuto molto poco affidabile). Ma pochissime persone sanno che i criteri per i quali si risulta positivo al WB variano da un paese all’altro e persino da un laboratorio all’altro. Detto con chiarezza, la situazione di sieropositività all’HIV di una persona può differire totalmente in funzione del tipo di test adoperato. Ed è anche possibile che un test dia un risultato “indeterminato al WB”, che può essere tradotto come “non infettato”, come “possibilmente infettato” o anche, ancora in maniera più assurda, come “parzialmente infettato” a seconda delle attuali possibilità di interpretazione. Questo enigma si complica ancora di più per il fatto che le proteine che compongono le diverse bande reattive dell’esame WB vengono tutte proclamate “specifiche dell’HIV”, percio’ ci chiediamo come fa un individuo realmente non infettato ad avere anticorpi anche se fosse soltanto una “proteina specifica dell’HIV”.

Sono giunta alla conclusione che questi “test dell’HIV” fanno più danno che beneficio, dovuto all’incredibile mancanza di specificità e di standardizzazione. Posso accettare l’idea che sia utile una ricerca anonima del campione di sangue per rilevare evidenziatori non specifici di cattiva salute (ciò che alle volte sembra indicare un risultato positivo ai “test di anticorpi all’HIV”, dovuto alla reattività incrociata con altri agenti patogeni conosciuti). Ma non posso accettare l’idea che qualsiasi persona abbia bisogno di una diagnosi con i “test dell’HIV”. Un test negativo può non essere preciso (qualsiasi sia il significato che quello possa avere), ma un risultato positivo può provocare la susseguente distruzione della vita della persona diagnosticata, tutto dovuto ad un virus che molto probabilmente non fa assolutamente nulla. Non credo che sia esagerato dire che dovrebbe essere vietata l’applicazione di questi test ai fini diagnostici.

3 Citazione: Dal 1991 in Inghilterra e nel Paese di Galles.

Le vere vittime di questo imbroglio sono quelli per i quali la vita è stata sconvolta dalla vergogna di una diagnosi di “infezione da HIV”. Queste persone, la maggioranza delle quali sono in perfetta salute, vengono spinte a non avere intimità con nessuno, e vengono squalificate, accusate di essere state mortalmente irresponsabili e negligenti. E ciò che è ancora peggio, vengono incoraggiate a prendere dosi giornaliere massicce di alcuni dei medicinali più tossici che siano stati prodotti. Durante molti anni, l’HIV ha svolto il ruolo di terrorista microscopico. Diversi adulti hanno perso il loro lavoro, è stato negato loro l’ingresso nelle forze armate, è stata rifiutata loro la residenza e persino l’ingresso in qualche paese, finirono per essere accusati di aggressione o di assassinio per praticare il sesso consensuale; i bambini sono stati allontanati dalle loro madri e hanno somministrato loro con la forza nelle loro gole dei medicinali tossici. Non c’è alcun precedente di questo tipo di atteggiamento, tutto ciò a nome di una ipotesi fondamentalmente sbagliata e non dimostrata in assoluto, e sulla base di test indiretti altamente sospetti per accertare una presunta infezione da un virus presumibilmente mortale, un virus al quale non si è visto mai fare nulla.

Alla domanda di cosa causa l’AIDS se non è l’HIV, ci sono molte spiegazioni plausibili fornite da persone riconosciute come esperte. Prima della scoperta dell’HIV, si supponeva che l’AIDS fosse una sindrome causata da uno stile di vita caratterizzato dall’uso indiscriminato di droghe ricreative. L’immunosoppressione ha molteplici cause, dall’eccesso di microbi fino alla denutrizione. Probabilmente tutte queste sono le vere cause dell’AIDS. L’immunodeficienza ha molte manifestazioni, e una sindrome con molte manifestazioni ha probabilmente un’origine multicausale. E’ sufficiente dire che l’ipotesi HIV dell’AIDS non ha apportato nulla eccetto predizioni mai compiute sulla sua espansione, sulla disponibilità di un vaccino, su una futura sperimentazione con animali e su altri aspetti, e non ha salvato nemmeno una vita.

Dopo dieci anni di essere stata coinvolta nell’ambito accademico nella ricerca dell’HIV, così come nel mondo accademico in generale, credo sinceramente che la colpa dell’accettazione universale, incondizionata e basata sulla fede cieca di una teoria così sbagliata, ricada direttamente sulle teste di coloro tra di noi che in maniera attiva hanno appoggiato un’ipotesi totalmente priva di prove con l’unico interesse di progredire nelle nostre carriere. Certamente, nella scienza le ipotesi meritano di essere studiate, ma infatti nessuna ipotesi dovrebbe essere accettata prima di essere dimostrata, particolarmente se si tratta di un’ipotesi la cui cieca accettazione ha delle conseguenze talmente disastrose.

Durante più di vent’anni, il pubblico è stato profondamente ingannato e mal informato. Essendo una persona a cui i propri genitori insegnarono da piccola a non credere a qualcosa semplicemente perché “tutti gli altri accettano che è vera”, non posso continuare a restare seduta senza fare nulla, contribuendo con ciò a questa pazzia. La pazzia è giunta troppo lontano. Come esseri umani, accademici e scienziati onesti, l’unica cosa che possiamo fare è consentire che la verità venga alla luce.

3 marzo 2006

Fonte: http://www.lewrockwell.com/orig7/culshaw1.html